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Luca Beatrice

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Luca Beatrice
the garden

La città è così orribile che nel suo mero esistere e perdurare contamina il passato
e il futuro e in qualche modo mette in pericolo le stelle
Jorge Luis Borges

Il paesaggio contemporaneo è il risultato di un pronostico.
Ci siamo attenuti, almeno in parte, all'immagine di noi che
la letteratura novecentesca aveva prefigurato. Le nostre
città sono esattamente quello che dalle nostre città ci si
sarebbe aspettati: non solo decadenti, quindi, ma anche prevedibili.
Conseguente al fatto di non avere inventato niente è il non
avere risolto niente. I problemi di vivibilità, socializzazione e
partecipazione si sono aggravati proprio a causa di questa
dispersione del paesaggio.
Il delirio d'onnipotenza che permeava le aspirazioni della
Land Art aveva origine nel desiderio di rinnovare la categoria
del sublime, di riportare l'uomo a bocca aperta davanti all'arte
e al mondo.
I monumentali interventi sul paesaggio volevano essere specchio
di un rapporto a volte collaborativo, più spesso conflittuale,
tra l'uomo e la natura. Si trattava comunque di veri e
propri "corpo a corpo" ingaggiati con violenza o complicità,
ma che sottintendevano la solidità di un atteggiamento utopistico.
Infatti, per agire con tanta sicurezza su spazi così
immensi doveva esserci, alla base, una fede assoluta nei mezzi
dell'arte.
Negli anni Novanta, in seguito alla riduzione delle utopie, conseguenza
implicita della fine delle ideologie, la cieca fiducia
nelle potenzialità di azione dell'artista sulla vita si ridimensiona.
La stessa relazione con il paesaggio diviene più intimista e
prende a riguardare il locale, il personale, l'autobiografico, il
domestico.
Il lavoro di Luca Piovaccari si inserisce in questa logica contemporanea
secondo la quale all'arte è oggi demandato un
compito di tipo analitico più che interventistico.
La sua fotografia non si limita però soltanto alla mera documentazione,
non cade nella semplice registrazione dell'esistenza
dei non-luoghi.
Attraverso decostruzioni, linee e sovrapposizioni Piovaccari
innesca per mezzo dell'immagine un meccanismo di straniamento.
Si insinua così il dubbio che certi ambienti non possano
davvero esistere, che si tratti di schizzi a grafite di progetti
non realizzati o di sogni riportati nella loro confusione.
A convalidare l'irrealtà delle immagini di Piovaccari è il supporto
plastico scelto per le sue stampe. L'acetato attribuisce
infatti alle fotografie una patina conservativa, quasi queste
vengano messe sotto vuoto per essere preservate come
opere museali nelle loro teche o come monoporzioni da
supermercato. La realtà sottovuoto, una nave in una bottiglia,
diventa allora un crogiolo di fantasie e non è più assimilabile
a un'idea di verità.
A completare la serie The Garden è un'installazione in cui
sagome di palazzi definiti con del filo fissato al muro vengono
affiancate a veri arbusti. Questa contaminazione tra naturale
e artificiale nell'arte richiama immediatamente l'identico innesto
in atto nell'urbanistica contemporanea. Interi quartieri in
costruzione come scheletri da abbandonare al centro di distese
verdi, monumentali protesi di cemento disarticolate.
Un tempo architettura e paesaggio erano due entità nettamente
distinguibili, termini dialettici con indiscutibili proprie
caratteristiche. Oggi è radicalmente cambiato il nostro sguardo
sull'orizzonte. Le infilate di case delle periferie, i monumentali
cavalcavia, le reti di fili e pali, come tutti i non-luoghi
rintracciati nel celeberrimo saggio di Marc Augé, non avendo
una finalità aggregativa non hanno alcuna responsabilità politica
e sono quindi ascrivibili più alla categoria del paesaggio
(estetica) che a quella dell'architettura (funzionale).
Scegliendo di inserire piante vere nel suo ultimo lavoro
Piovaccari fa riferimento all'antica tradizione dell'arte dei giardini
rivista alla luce del grande risiko che si gioca intorno alle
nostre città, dove le aiuole sono forme politiche di cortesia e
i carrarmati distruggono paradossalmente attraverso la
costruzione.
The Garden di Piovaccari è un ambiente tanto vero quanto
falso, organico e plastico insieme, impossibile eppure agibile.
L'artista romagnolo sembra voler capovolgere le regole della
botanica e verificare quali assurdi elementi sappiano attecchire
nel paesaggio contemporaneo, fino a che punto gli innesti
tra naturale e artificiale possano essere sostenibili.
Derek Jarman nel suo Cottage di Dungeness coltivava a
pochi passi da una centrale nucleare il suo giardino selvatico
fatto di detriti, sculture, fiori ed erbe mediche. The Garden
(1990) è il film nel quale una creatura botanica, a metà tra
vivente e morente, fa le veci del Giardino dell'Eden e del
Getsemani.
Lo stesso luogo, tra l'ibrido e il mutante, di Piovaccari è in
sostanza lo spazio di una passione, di una fine, di un'apocalisse
da guardare ancora, al momento, come ne fossimo solo
spettatori.
* * *
Presentazione in catalogo per la personale alla galleria Dellapina di Pietrasanta 2005.


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