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Marco Meneguzzo

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Marco Meneguzzo

Made in Piovaccari.

Esistono nel lavoro di un artista opere-chiave, opere cioè che rivelano la materia sotterranea su cui intende - o deve, visto che non sempre questa consapevolezza è manifesta - lavorare. Non sempre sono le opere migliori, ma spesso sono magnetiche sia per l'artista che per un attento osservatore: ricordo di aver visto per anni, sempre allo stesso posto, nel corso di ripetute visite, lo stesso lavoro non finito, fallito, negli studi di molti artisti, così come non si può non ricordare che quello che doveva essere un semplice ritratto - "La Gioconda" - Leonardo se lo è portato dietro in innumerevoli traslochi...
Ho avuto la stessa sensazione per Luca Piovaccari nel vedere, appeso sulle scale della sua casa studio nella campagna di Cesena, un piccolo lavoro, un cielo fotografato con la sovrascritta "made in italy", che ho poi ritrovato in prima pagina su un suo catalogo del 1993, segno che avevo probabilmente visto giusto nel considerare quell'opera dimensionalmente piccola come punto nodale della sua ricerca, discrimine tra prima e un dopo, ma anche e soprattutto tra due diversi mondi concettuali. Che fosse il crinale tra una fase dove l'idea di installazione, di negazione del quadro come spazio ideale - e tradizionale - era preponderante, rispetto al periodo successivo di riduzione e di graduale concentrazione del concetto in un punto fisico ben identificabile, è una cosa evidente, sotto gli occhi di tutti: Piovaccari riscopre il quadro, anzi, per così dire, il "quadretto" (e questo termine, solitamente negativo, nel suo percorso assume tutt'altra valenza) e contemporaneamente può permettersi di giganteggiare coi grandi paesaggi fotografati e ricomposti accostando la plastica trasparente emulsionata. Ma il "cosa" fa una artista, da quando esiste l'arte contemporanea, deve essere preceduto da il "perché": il processo è (quasi) altrettanto importante del prodotto. E così si torna a quel "made in Italy" sovrapposto al cielo...
Abbiamo accennato a due mondi concettuali, a due sistemi che si incontrano in quel venti per trenta: sono l'ironia linguistica e la persistenza della rappresentazione.
L'ironia sembra essere il grande unificatore dell'arte contemporanea - a parte molte significative eccezioni -, una sorta di Koiné universale che di per sé giustifica il lavoro dell'artista, e lo ammette alla considerazione generale, lo riconosce come pertinente di diritto alla contemporaneità: l'assurdo e il paradosso di quel "made in Italy" su di un cielo assolutamente privo di connotazioni geografiche, unito al segnale universale, al marchio di produzione e di appartenenza crea un cortocircuito minimo, ma bastevole a far scattare nella mente una catena di rimandi culturali che finisce necessariamente con Magritte e con Duchamp. Ma in quell'opera - così come in quasi tutte quelle di Piovaccari - non esiste solo l'elemento paradossale, ironico, divertito e divertente: esiste anche il cielo. Cielo che non è uno sfondo, e che non è neppure soltanto il supporto indifferente del paradosso linguistico, ma è molto di più: è ciò che abbiamo definito come persistenza della rappresentazione. Come a dire che esista una doppia velocità, e una doppia lettura in questi lavori, fatta una della leggerezza dell'assurdo, ma l'altra del sentimento della rappresentazione. E poi, se esistesse veramente un cielo "made in Italy"? La fisiognomica è una pratica da rivalutare, anche nei confronti dei fenomeni naturali, soprattutto se questi - come nel caso del fenomeno "cielo" - sono diventati linguaggio nel corso dei secoli, e quindi cultura: in fondo, la storia dell'arte è piena di cieli italiani, "made in italy", e Piovaccari aggiunge un tassello a questo gigantesco mosaico. Lo ha aggiunto inizialmente suo malgrado, poi con una coscienza sempre più lucida e sempre più dimentica delle convinzioni e delle convenienze che esigono una facile ed evanescente leggerezza. Invece, sia che siano maniacalmente disegnati nella misura di una miniatura da chi volesse sfidare la fotografia - la bellezza della sconfitta, direbbe un appassionato di Mishima -, sia che - trasparenti su trasparente - vengano fotografati su plastica, i cieli stanno prendendo il sopravvento.

Dalla presentazione in catalogo
della mostra alla Galleria Medusa, Cesena 1996


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