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Roberta Bertozzi

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Genesi della selva


Roberta Bertozzi


Luca Piovaccari ha pochi, esclusivi, soggetti di posa, su cui il suo obiettivo instancabilmente ritorna, come per un incantamento, per una coazione di indagine - e di passione. Lande di periferia dove si stendono, baluardi dell'orizzonte post-industriale, edifici di cemento dalla conformazione grigia e austera. Edilizia suburbana ad impianto modulare, collocata in perfetto squadro con le proiezioni ortogonali del paesaggio circostante. L'occhio del fotografo è troppo accorto (e squisitamente educato) per fare di questa materia il vessillo dell'ennesimo j'accuse al degrado civile - la scelta, il ritaglio di immagine, cade su questi fabbricati e sull'ambiente che li circonda non per strapparne il grido, la lacerante insensatezza, ma per ricavarne una ragione d'armonia, un riscatto, una presenza. Una fondazione dell'esemplare (e dunque del memorabile) in siti lontanissimi dal suggerirlo, luoghi anonimi, scarnificati, muti - ristabilire per essi e a partire da essi una nuova valenza. Luca Piovaccari riesce a distillarla, senza cedere alle lusinghe della provocazione estetica; riesce a provocarla con discrezione, sollevando i suoi ritratti in un equilibrio, in una grazia, che rasenta la purezza dell'ikebana, mitigando il nudo e crudo di ogni esposizione - convertendo l'evidenza della fotografia, il suo imporsi senza mediazione, in una trama di accenni e di rimandi. La sua arte è tesa a questo continuo bilanciamento, a una compensazione che, quasi per contrasto rispetto alla mole occlusiva dei suoi soggetti, si avvale di artifici misuratissimi, calibrati per diversi stadi di leggerezza. Una levitas che si realizza tramite gli accorgimenti propri della sintassi fotografica ma anche attraverso le appendici delle installazioni: in entrambi i casi, interventi che non sofisticano l'immagine iniziale, che non ne corrompono il senso - che, distanziandola, la rivelano.

Piovaccari conosce a perfezione come questo nuovo valore possa avverarsi, farsi, solo tramite l'inserzione di uno scarto temporale - solo introducendo un anacronismo nel presente, trasferendo il presente nell'indugio del deja vu , in un intervallo enigmatico e denso. Solo disgregando la pesantezza organica del cemento, polverizzandone la rigida compattezza molecolare, insinuando nello spettatore la sensazione di avere a che fare con i placidi fantasmi di un'era mai visitata. Per poter guardare questi mausolei della modernizzazione con occhi imparziali bisogna esserne esclusi, sollevati - spostati di pochi millimetri temporali rispetto ad essi. Dislocati - e dislocata la loro stessa realtà sul punto di un definitivo dissolvimento. Ogni effetto tecnico, e in modo particolare quelli impiegati in camera oscura, corrisponde sempre a una pratica di diluizione, di stemperamento, funzionale alla più piena manifestazione del segreto dell'immagine. Il supporto di acetato, su cui Piovaccari frequentemente stampa i suoi scatti, veicola tutta la gamma di percezioni di un oggetto ripreso in un'aura svanente, nell'attimo puntuale della sua sparizione: sfocatura, impressione debole, velatura, fissaggio approssimativo - artifici in grado di veicolare il senso di una assoluta contingenza, di una assoluta precarietà. Quello che la camera oscura propriamente porta in luce è la latenza dell'oggetto, la sua qualità ovattata e trasparente - sua distanza o proiezione in una veglia rarefatta, in un mistero rattenuto. Attributi, questi, dovuti alla precisa consistenza traslucida delle pellicole; effetti che si prolungano anche nel caso del passaggio dal bianco e nero al colore - quest'ultimo sempre assunto in una scala di monotonia cromatica, e dunque di resistenza al trito spettacolo dell'immagine. La levitas è così conseguita - l'immagine, passata (e passiva), ci cattura e ci alleggerisce. Del carico, della morgue postmoderna. Dell'intollerabile disumanità del paesaggio, del suo livore. Come se solo allentando in un tempo remoto noi potessimo partecipare di quello che posto frontalmente al nostro sguardo diverrebbe brutalmente invasivo - e depistante. [...]


ALCHEMY, n. 1, dicembre 2006

"Perduta la natura, ogni cosa può essere natura"Pascal

Un paesaggio suburbano su cui si stagliano, distanziati e insieme mossi da progressiva attrazione, alcuni tralci di piante infestanti. Tra il lineare della composizione fotografica e la torsione degli arbusti si percepisce l'insinuarsi di un reciproco richiamo, una corrispondenza accentuata dall'effetto di velatura, di anacronismo nostalgico, del supporto di acetato su cui Luca Piovaccari stampa i suoi scatti. Una legatura tra natura e artificio, un ritmo scambievole, un reciproco baratto di proporzioni e funzioni: la vita artificiale e la vita naturale di nuovo innestarsi, trovare una loro ibrida congiunzione, una grazia che ha inizio nella mutua resistenza, nell'attrito. È una nuova genesi della selva, del boscoso, retto da fili, traiettorie leggerissime, esalazioni della spoglia di cemento.Dovendo fare i conti con una natura perduta, là dove per natura si intendeva cosmo, ideale, innocenza, la decisione di ripristinare questo spazio si traduce, nelle opere di questo artista, in una ripartenza da impensati equilibri, centri in cui il paesaggio desolato ha rivelato una forza nuova, una moderna - perché dilatata, acronica, naturale - bellezza.Cercavamo un'immagine per significare il radicarsi della lirica nella nostra contemporaneità: questa improvvisa manifestazione di un luogo delle origini in prossimità della contingenza industriale donava figura al nostro intento.

Roberta Bertozzi

"Il poeta non deve avere "volto",deve avere voce,è la voce il suo volto"Marina Cvetaeva











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